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Ghiaccio che si scioglie, ma anche società in pericolo

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Il clima sta cambiando. Bisogna prenderne atto, ma soprattutto bisogna prendere atto delle conseguenze che questo porterà. Senza allarmismi, ma con consapevolezza e razionalità. E’ quel che emerge anche dall’incontro che abbiamo avuto con Carlo Carraro, vicepresidente dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, che è anche autore, con A. Mazzai, di un documentato libro su questi temi:  Il clima che cambia. Non solo un problema ambientale, Bologna, Il Mulino. Ecco cosa ci ha detto.

Il cambiamento climatico è spesso visto solo da un punto di vista ambientale, con le solite immagini raffiguranti lo scioglimento dei ghiacciai, ma a livello politico e sociale cosa ci porterà?

Lo scioglimento dei ghiacci è solo uno degli impatti ambientali dei cambiamenti climatici, spesso utilizzato come icona del cambiamento in atto. Oltre agli equilibri ambientali, i cambiamenti climatici stanno però cambiando in modo importante gli equilibri sociali ed economici del pianeta. E’ un cambiamento lento, difficile da percepire e da raffigurare, ma dall’impatto enorme non solo sul pianeta, ma certo anche sulle nostre società e benessere

L’agricoltura ad esempio risentirà notevolmente del riscaldamento del clima. Per fare solo alcuni esempi, riuscendo a rispettare l’Accordo di Parigi, e limitando quindi ai +2°C l’incremento delle temperature, ci si aspetta una riduzione del 30–70% del rendimento della soia in Brasile e del 50% del frumento in Brasile, America Centrale e Caraibi.

Contribuendo a rendere alcune zone del mondo meno vivibili, in quanto più esposte ai loro impatti o meno preparate ad adattarvisi, i cambiamenti climatici spingeranno individui e comunità verso aree più ospitali, contribuendo ad intensificare i fenomeni migratori. Milioni di persone,tra i 25 milioni e un miliardo nei prossimi 40 anni, migreranno dal Sud al Nord del mondo.

Da questi e altri dati emerge come il cambiamento climatico sia il più importante dei problemi economici e sociali, non solo ambientali, cui dobbiamo far fronte. Affrontarlo significa, da un lato, limitare le emissioni di gas serra, dall’altro, adottare impegni di lungo termine sul piano dell’adattamento.

Investire in modo da controllare i cambiamenti climatici è economicamente conveniente rispetto alle spese che dovremmo sostenere se, ignorando o rimandando il problema, ci dovessimo trovare, tra non più di qualche decennio, in un mondo più pericoloso, con danni da eventi meteorologici estremi sempre più frequenti e dalle risorse naturali sempre più scarse.


Cosa cambia dopo l’accordo di Parigi?

L’accordo di Parigi, dicembre 2015,  definisce l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, cui si aggiunge l’impegno di mettere in essere sforzi per limitare tale aumento ad 1,5 gradi. I due gradi di crescita della temperatura rispetto ai livelli preindustriali sono internazionalmente riconosciuti come la soglia da non superare per prevenire una pericolosa interferenza antropogenica con il sistema climatico. Senza questo accordo, e quindi senza le politiche e le azioni che ne deriveranno, la temperatura media globale potrebbe crescere a fine secolo di 3,7–4,8 gradi rispetto alla media degli anni 1850–1900.

Come mai non si è arrivati ad una data per l’azzeramento delle emissioni?

Portare a zero le emissioni globali non è possibile, ma è possibile invece neutralizzarle, ovvero raggiungere un bilancio neutro tra le emissioni prodotte dalle attività umane e quelle assorbite dal sistema terrestre. Una parte delle emissioni viene infatti assorbita dai sistemi naturali  (come ad esempio le foreste e gli oceani) ma l’assorbimento naturale non è più sufficiente: sarà quindi necessario affiancare a questi servizi lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di rimuovere dall’atmosfera grandi quantità di CO2 emesse nel passato per immagazzinarle nel suolo, nel sottosuolo o negli oceani.

Per rispettare l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia di sicurezza dei 2° C, l’articolo 4 dell’Accordo di Parigi si propone di raggiungere il picco delle emissioni globali di gas serra il più presto possibile, per poi intraprenderne una rapida riduzione fino a raggiungere, nella seconda metà del secolo, la parità tra emissioni prodotte e quelle assorbite.


In che modo consiglia ad un comunicatore/giornalista di parlare di cambiamento climatico, senza per forza ricorrere ad allarmismi?

Se a Parigi si è raggiunto un accordo, è anche grazie al fatto che la scienza è riuscita a parlare alla sfera politica da una parte, e all’opinione pubblica dall’altra: la società civile, in particolare, nel corso degli ultimi tempi ha mandato chiari segnali di appoggio ai decisori politici per sollecitarli a fare finalmente una scelta nell’interesse di tutti.

Per fare una buona comunicazione dei cambiamenti climatici, non serve ricorrere ad allarmismi: la realtà dei fatti è già sufficientemente interessante. Si tratta invece di trovare gli appigli per integrare sempre di più questa realtà nel palinsesto quotidiano. E le occasioni non mancano. Basti pensare ai continui progressi delle scienze del clima, agli sviluppi della scena politica internazionale sul tema, alle buone pratiche che concretamente stanno nascendo nel mondo per affrontare il problema, offrendo opportunità di sviluppo economico congiuntamente a benefici ambientali.

Di Laura Ciavarella